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Quando fermarsi diventa una scelta: Norvegia e Islanda davanti agli animali

Quando fermarsi diventa una scelta: Norvegia e Islanda davanti agli animali

Quando fermarsi diventa una scelta: Norvegia e Islanda davanti agli animali

A volte il cambiamento non consiste nell’inventare qualcosa di nuovo, ma nel decidere di smettere. Smettere di allevare, di cacciare, di considerare inevitabili pratiche che per decenni sono state date per scontate. È ciò che sta accadendo, con modalità diverse, in due Paesi del Nord Europa: Norvegia e Islanda.

In Norvegia, l’allevamento di animali da pelliccia appartiene ormai al passato. Dopo anni di dibattito pubblico, pressioni sociali e valutazioni sulle condizioni di vita di volpi e visoni, il Parlamento norvegese ha approvato un divieto che ha portato alla chiusura definitiva di tutti gli allevamenti entro il 2025. Non è stata una decisione improvvisa né simbolica: è stata una scelta strutturale, accompagnata da indennizzi e da un percorso di uscita programmato per gli allevatori coinvolti.

Il risultato oggi è chiaro. In Norvegia non esistono più animali allevati esclusivamente per diventare pellicce. Una filiera storica, un tempo economicamente rilevante, è stata archiviata perché non più compatibile con la sensibilità sociale e con gli standard di benessere animale ritenuti accettabili.

L’Islanda racconta una storia diversa, ma ugualmente significativa. Il Paese è stato a lungo uno dei pochi al mondo a consentire la caccia commerciale alle balene. Tuttavia, per la stagione 2025, la principale compagnia baleniera islandese ha annunciato che non avvierà alcuna attività di caccia. Le motivazioni sono soprattutto economiche: la domanda internazionale di carne di balena è in calo, i costi sono elevati e il mercato non giustifica più la prosecuzione dell’attività.

Il dato concreto, però, va oltre le ragioni: per almeno un’altra stagione, nessuna balena verrà uccisa a fini commerciali nelle acque islandesi. Non si tratta di un divieto permanente sancito per legge, ma di una sospensione che riflette un cambiamento reale nel contesto globale, dove certe pratiche diventano sempre meno sostenibili, anche dal punto di vista economico.

Questi due casi non sono identici e non vanno confusi. La Norvegia ha scelto una strada definitiva; l’Islanda si trova in una fase di arresto, non ancora irreversibile. Ma insieme raccontano qualcosa di importante: alcune attività smettono non perché qualcuno le proibisce dall’esterno, ma perché perdono legittimità all’interno delle stesse società che le hanno praticate.

Cosa resta da fare

Queste decisioni non chiudono il discorso sul rapporto tra esseri umani e animali. In Norvegia, resta aperta la sfida di accompagnare una transizione economica equa e di impedire che produzioni simili vengano semplicemente spostate altrove. In Islanda, l’assenza di un divieto legale lascia aperta la possibilità che la caccia alle balene possa riprendere in futuro.

Ma proprio qui sta il valore di questi esempi. Mostrano che fermarsi è possibile, che alcune pratiche possono essere messe in discussione senza che un sistema collassi, e che il cambiamento può iniziare anche da motivazioni diverse — etiche, economiche o culturali — convergendo verso lo stesso risultato.

Non sono modelli da copiare alla lettera, né soluzioni definitive. Sono precedenti. E come ogni precedente che resiste nel tempo, diventano un invito silenzioso per altri Paesi, altre industrie, altre comunità: chiedersi non solo cosa si può fare, ma se è ancora giusto continuare a farlo.

 

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